MANIFESTO DEL DESIGN MERIDIANO

Com’è noto, la parola “design” è abbondantemente polisemica. Può essere usata per indicare cose molto diverse, perfino opposte. Perciò, prima di parlare di design, sarebbe opportuno chiarire di cosa s’intende parlare, offrendo una definizione di design. Formulare una definizione secca di design, tuttavia, è rischioso o forse impossibile. Ci proviamo allora enucleandone il concetto in 10 punti chiave, che cominciamo a presentare tra qualche pagina e contiamo di completare nel corso dei prossimi numeri. Il design del futuro (meridiano) sarà per noi: utopico (vedi avanti), critico, filosofico, empatico, poetico, locale, ecologico, sostenibile, etico.
Vediamo un po’: quando la gente sente parlare di design a cosa pensa comunemente? In primo luogo, all’arredamento e agli oggetti per la casa. Perché è radicata l’idea che il design sia un’attività architettonica (la “piccola scala” del progetto, si diceva un tempo). Inoltre, è opinione comune che il desi- gner progetti oggetti tecnici, veicoli e in generale prodotti industriali. Da qui l’espressione “disegno industriale”, che si riferisce appunto al “progetto per l’industria”. Non pochi, poi, legano il design agli artefatti comunicativi e multimediali, al web, alle tecnologie digitali, ma anche alla moda (design della moda), al servizio (design dei servizi), al sistema (design dei sistemi), alla strategia (design strategico). E c’è chi, spingendosi al limite del ridicolo, arriva a presentarsi come hairdesigner (parrucchiere) o mind designer (psicologo ovvero “progettista della mente”). Ebbene, cos’hanno in comune queste cose (escludendo ovviamente il parrucchiere e lo psicologo)? Sul piano merceologico nulla, perché l’ambito di applicazione del design è vastissimo, anzi «espanso», come ha evidenziato Vanni Pasca (2020). Certamente, non sussiste più, come un tempo, un rapporto esclusivo con l’industria, né possiamo far coincidere il design con il look degli oggetti. L’essenza del design sta piuttosto nella visione: una visione pratica – operativa, aggiungerei – che è anche una visione etica. Non nella forma, nel materiale o nella tecnologia incorporata, ma nella visione: l’idea che sia possibile realizzare un mondo nuovo, migliore di quello che c’è.
Ogni progetto, infatti, ha in sé una grande o piccola quota di rivoluzione, un che di sperimentale. Se l’esperimento riesce, è possibile intravedere il futuro (progetto = “gettare avanti”). Ed è qui che nascono le icone; anche perché prevedere il futuro equivale in qualche modo a determinarlo. Ma il mondo delle icone è finito. Quello in cui viviamo non è il mondo opulento degli anni Ottanta. Ci troviamo in una crisi polisistemica e irreversibile, che già appare nel 2008 nella sua incontrovertibile evidenza. È una crisi, insieme: demografica, alimentare, energetica, economica, finanziaria, democratica, politica. Essa «non potrà essere affrontata né risolta con l’apparato concettuale delle idee del XX secolo. […] Non vi potrà essere una soluzione per ciascuna di esse prese separatamente dalle altre. Non si tratterà di una somma di soluzioni. La soluzione che troveremo, se la troveremo, dovrà essere unica e tale da comprenderle tutte» (Chiesa, p. 32). Ci inghiotte sempre più, questa crisi, inesorabilmente. E se non riusciamo a rendercene conto, è perché la nostra immagine mentale è ancora radicata nel passato. Evidentemente, il nostro sistema socio-economico turbo-capitalistico non è sostenibile. Quindi non può durare (crescere) per sempre. Per una ragione elementare: in un sistema finito di risorse, uno sviluppo infinito è impossibile. E siccome il pianeta nel
quale ci troviamo è esattamente un sistema finito di risorse, pensare di continuare lo sfruttamento (minerale, vegetale, animale, umano…) 3 ad libitum è quanto meno illogico. E qual è il ruolo del design in questa drammatica vicenda? O meglio: cos’ha fatto il design negli ultimi decenni? Certo, se guardiamo le pubblicazioni di settore e il lavoro che la comunità scientifica italiana (da Palermo a Bolzano) porta avanti, ci rendiamo conto di quanta sensibilità e attenzione venga oggi rivolta alle persone, alla società e all’ambiente. E possiamo anche scorgere qua e là, anche fuori dell’università, operazioni virtuose volte all’innovazione sociale che preludono alla sostenibilità ambientale; ma tutto ciò accade di rado, e la coscienza ambientale tende a espandersi troppo lentamente. Sono oasi nel deserto, i progetti esemplari che potrebbero contribuire a cambiare qualcosa, se paragonati alla stragrande maggioranza dei casi – tutt’altro che virtuosi – che vengono etichettati come design. Certo, l’università può far molto, ha un ruolo formativo, quindi decisivo, perché il design serve anche a questo: formare le coscienze, il pensiero critico. Ma flusso più rilevante, il rumore di fondo, non sembra avere a cuore le persone (ridotte a consumatori compulsivi), la società (sempre più inebetita e asfittica) e l’ambiente (trattato come deposito di materie prime e discarica senza fondo). L’idea più diffusa di design, infatti, è un quid che rende la forma bella e che quindi crea fascinazione. Il fine di tutto ciò è la vendita mirata al consumo; e questo deve essere quanto più rapido possibile. Ne consegue che ogni prodotto – traghettato sotto il segno salvifico dell’innovazione – precipita inevitabilmente nell’obsolescenza programmata (obsolescenza designata): «una distruzione che non è la fine naturale di un prodotto, ma il suo fine» (Galimberti, 2009, p. 94). È questo oggi il fine del design? Perché, se si tratta di questo, di distruggere un prodotto dopo l’altro, sempre più rapidamente, trasformando il mondo in una gigantesca discarica, allora la fine non potrà che essere questa.
Certamente non è questa la nostra visione del mondo e conseguentemente non è il design che abbiamo in mente. Anzi, quello che abbiamo in mente è un po’ l’opposto del design “da vetrina”, dell’escamotage formale utile a suggestionare l’acquirente. Non è un oggetto che si consuma rapidamente; è piuttosto qualcosa pensato per durare nel tempo. Così, abbiamo chiamato il nostro punto di vista “design meridiano” perché, trovandoci a Sud, godiamo di una visuale periferica che potrebbe offrire prospettive interessanti. Del resto, quel che chiamiamo “design meridiano” corrisponde in qualche modo alla nostra visione del design tout court. Certamente non si tratta di una ricetta progettuale di o per un territorio in particolare. Non cerchiamo di proteggere qualcosa, fissare regole, sistemi di identità. Siamo interessati a quel che succede nel Sud Italia, evidentemente, ai suoi fondamenti cul- turali e alle sue prospettive, perché questo luogo ci appartiene; ma siamo ancor più interessati a fare rete. Perché il Sud, per noi, più che un luogo geografico, è uno spazio mentale, un punto di vista laterale. E forse mettere a fuoco quel che è più vicino ci aiuta anche a guardare più lontano. Dal confronto fra studiosi e militanti del progetto a Sud, sono emerse delle riflessioni sul design, coagulate, poi, attorno a 10 punti di maggiore interesse. Da qui, l’idea di elaborare un Manifesto del design meridiano, per punti. Non punti esclamativi, come quelli delle Avanguardie Storiche che, com’è noto, si sono neutralizzate a vicenda . Ma semmai punti interrogativi in cerca di una risposta collettiva o, ancora meglio, punti di collegamento per costruire il futuro.
Sommario
ARTICOLI SCIENTIFICI
Editoriale
Dario Russo
Manifesto del design meridiano
Dario Russo
Visioni periferiche per una Baukultur di alta qualità nell’area mediterranea
Maria Luisa Germana
Progettare la mutevolezza
Carla Langella
Marco Fiume
Valentina Perricone
New Urban Identities. A timeline for the city of Tirana
Saimir Kristo
Breviario di grafica politica italiana
Monica Pastore
STORIE IN DISCRETO DISORDINE
“Avevo indubbiamente un interesse per gli oggetti… ”
L’architettura domestica
di Aldo Rossi
Antonio Labalestra
Valeria Valeriano
PUNTI DI VISTA
L’italiano: mutazione antropologica e nostalgia
Claudio Gambardella
Discipline del design e “slow journalism”: un antidoto alle fake-news
Francesco Monterosso
FUORILEZIONE
SEGNALAZIONI
La modisteria Autobiografia breve
Renato De Fusco
Nove
Franoesca Biundo
Simbolo indipendente
Catania
Bob Liuzzo
Master in User experience e Design Thinking
Bob Liuzzo
Risacca
Federica Ditta
Oristiano Pesca
Gabriele Roccafiorita